lunedì 7 marzo 2016

L'8 marzo non è una festa

Se ieri la Festa della donna serviva a ribadire: "cari uomini, oggi siamo allo stesso livello", oggi, nella sua connotazione attuale, ribadisce invece: "cari uomini, ieri non eravamo allo stesso livello". La differenza, seppur velata, sta tutta nel continuare a ghettizzare il genere femminile. Siamo nel 2016 e queste cose dovrebbero essere ampiamente superate. Eppure non è così. Tutt'oggi, "Festa della donna" significa celebrare le ricorrenze del caso con regali, mimose e cene fuori tra donne. Questo fenomeno economico-sociale è deleterio per il significato di questa giornata celebrativa. Cosa si festeggia in questa data se non un ricordo drammatico? Non ha senso e se lo avesse, perché non cambiamo allora la connotazione attuale del Giorno della Memoria? Wikipedia dice: l'8 marzo ricorre la Giornata internazionale della donna, comunemente definita "Festa della donna". Anche qui la differenza è velata, ma importante. L'8 marzo non è una festa, ancor meno la vostra.

martedì 9 febbraio 2016

La Venere di Milo e uno gnomo dentro a un giardino

Difficilmente si verifica il caso che una persona dica: "Questa è una cosa che so che tutti troveranno bruttissima, ma a me pare bella e la considero bella". È molto più probabile che invece, quando noi ci riferiamo alla bellezza, immaginiamo sempre, come diceva Kant, l'accordo di una umanità possibile che ci dica: "Sì, hai ragione, questo è bello". La bellezza però non è collegata a un concetto di gusto che ognuno di noi ha e che può essere inteso anche a livello generale, gusto della massa. Sarebbe un problema se l'artista che crea, modificasse il gusto dei fruitori dell'arte (e quindi in questo senso anticipando quello che poi sarà il bello e il brutto in futuro) oppure se la massa, i fruitori dell'arte, che avendo un proprio concetto di gusto in continua evoluzione, influirebbero sull'artista e la sua opera. Ma non succede già? Il gusto fa scaturire il bello, il buon gusto è però un ideale che appartiene solo ad alcune persone. Certo non si dice mai: "Io sono una persona di cattivo gusto". Al massimo si dice: "Di queste cose non me ne intendo". Tutti però pensano di avere buon gusto. È come il buon senso per Cartesio: "La cosa meglio diffusa nel mondo", perché tutti pensano di averne abbastanza. Nessuno dice: "Sono privo di buon senso", oppure "sono privo di buon gusto". Una persona più istruita e una persona meno istruita vedono sicuramente delle cose diverse, non hanno esattamente gli stessi gusti, però in generale si può immaginare che fra la Venere di Milo e uno gnomo dentro a un giardino c'è un criterio per cui, in genere, si dice che è più simile al concetto universale di bello la Venere di Milo anziché uno gnomo dentro a un giardino. È però complicato, perché tantissima gente si mette lo gnomo e non la Venere di Milo, e se uno si mettesse la Venere di Milo, in giardino, sarebbe perverso. 

domenica 31 gennaio 2016

L'Italia dica sì ai matrimoni gay

La famiglia, secondo il buon senso è ovunque due persone si leghino affettivamente e decidano di vivere assieme. I figli sono una delle espressioni di questo amore. Ma è l’amore il centro del legame, non l’utero. È sconcertante come ancora nel 2016 l'Italia non riesca ad adeguarsi agli standard di civiltà e alle direttive europee. Quelli che discriminano le persone sono rimasti indietro decenni. Come le persone etero possono scegliere chi tutelare legalmente in caso di morte, anche ai gay deve essere data la possibilità di riconoscere una persona speciale dal punto di vista affettivo e legale a cui destinare il patrimonio. La Costituzione deve tutelare la famiglia. E il concetto di famiglia non è quello del Vaticano, ma è quello espresso dalla popolazione italiana. Essa comprende le famiglie monogenitoriali, le famiglie senza figli, le famiglie allargate con i figli di matrimoni precedenti, le famiglie composte da persone di cultura diversa, di religione diversa e le famiglie omosessuali.

lunedì 20 ottobre 2014

[Piazza Diniego]

Possibile che non sia nato ieri?

Quieti vuoti, odori velati
Persino la luna pare diversa

Non ricordo castelli così alti
Luci e cavi elettrici sugli accenti


È viola la nebbia scorta in strada?

Danzano le nuvole, nessuno si muove
Ardono le stelle di sogni deserti

C'è qualcosa sui miei passi
Briciole di versi suonati via dal vento


Ricordate il rumore della pioggia?

Il mulino si è dimesso per sempre
E i boschi non fiatano più ormai

Nessuno crede a quello strano cane
Sovente raccontava di un arcobaleno


Possibile che non sia nato ieri?

I soldi respirano, le bandiere si battono
Soffrono d'insonnia i dolori tremendi

Oltre le mura le stelle cadono
E il cielo svanisce, e i sogni muoiono

domenica 20 ottobre 2013

Sotto gabbia virtuale

Della persona più vera che esiste in questo mondo, gli occhi non hanno luce e i toni non fanno eco qui nel virtuale se dal vivo, tali materie, non le si conosce e non le si vive abbastanza da ricrearseli da sé (qui) quando il dubbio si manifesta. Momenti specifici di una conversazione non verbale, richiedono infatti capacità empatiche molto spesso assenti tra i vari interlocutori; no che questi non le abbiano, semplicemente non si conoscono sufficientemente abbastanza da affrontarli e discuterli senza abbisognare di un contatto diretto quale potrebbe essere il suono della voce o la mimica di uno sguardo. Siamo esseri umani, e certi lati di una persona, prima di impararli a leggere dalle sue parole abbiamo bisogno di impararli a leggere dal suo corpo. È indispensabile, al fine di comprendere senza dubbio alcuno, il messaggio scritto dall'altro, immaginare il tono e gli occhi con cui quest'ultimo l'avrebbe pronunciato dinnanzi a noi; perché se nessuno dei due interlocutori conosce tutti i lati dell'altro, nessuno dei due interlocutori potrà mai ricrearsi l'immagine dell' altro quando questi si presenterà nel virtuale con un lato finora sconosciuto, nuovo e in tal caso discutibile, che rischia di creare in chi dall'altra parte dello schermo si trova, confusione e fraintendimento. Sono quindi cause di peculiare distorsione schematica sociale, le interazioni virtuali tra due interlocutori; poiché la percezione umana non si limita semplicemente a riprodurre la realtà esterna, ma la ricostruisce anche, fedelmente o erroneamente, al fine di dare un senso alle informazioni. Informazioni, in questo caso sguardi e toni, la cui assenza ci limita non poco nel delineare silenzio, maschera e sconforto; informazioni, la cui assenza non ci permette di trapelare disappunto, boria, cruccio e quant'altro sta cercando di trasmetterci il nostro parlante. Se d'informazioni stiamo parlando quindi, e se sono queste assenti o non ricreabili da sé, certe parole non sono che indecifrabili e alle volte vuote, poiché non si conoscono e riconoscono in esse gli occhi e i toni di chi li scrive. Perché sono questi: lo sguardo e la voce, il vero inchiostro che da vita al verbo, un inchiostro poco riscontrabile nella qualsiasi penna o tastiera di chiunque.

giovedì 17 ottobre 2013

Si è quel che si fa o si fa quel che si è?

Si è quel che si fa e non si fa quel che si è perché essendo quel che facciamo esprimiamo una condizione necessaria che facendo quel che siamo quasi mai sussiste.

giovedì 6 dicembre 2012

Se la merda avesse valore, i poveri nascerebbero senza buco del culo

Siamo stati messi al mondo per dare continuità e nient' altro, guai a pensare di cambiarlo, impossibile sradicare quello presente; che non vi venga in mente neanche di crearne uno nuovo, bisognerebbe prima trovare le chiavi che ci ammanettano a questo, ma cosa più importante rendersi conto di essere ammanettati. Siamo nati quindi in un mondo già fatto, già costruito, il cui unico scopo è quello di preservarsi così com'è, servendosi di noi, nati a garantire tale fine. Viviamo quindi nell'inconsapevolezza di far parte di un qualcosa a cui non potremo mai sottrarci, qualcosa di talmente caro da regalarci l'illusione di essere noi i veri artefici di tutto, qualcosa che comunque vada riesce sempre a cibarsi delle nostre ambizioni, delle nostre velleità, dei nostri successi o fallimenti che siano. Non è vi è nulla di prestabilito, semplicemente il nostro potere di diventare non è assoluto, bensì relativo al contesto e alle regole che il mondo rigorosamente ci presenta, e ai bisogni e alle preghiere che in quel determinato momento ci sollecita a fornire. Troppe le regole, troppi i principi che mistificano e regolano questo sofisticato (ma non troppo) marchingegno conosciuto da tutti con il nome mondo. Messi su carta, tali principi sono stati scritti al fine di distogliere l'attenzione da quelli più severi, da quelli non scritti che alla sola lettura priverebbero l' uomo della sua sedicente libertà di vivere. A mio modo di vedere il mondo è come un mazziere di black jack, non ti parla, si limita a distribuire il mazzo, le carte che dovrai giocare. Dipenderà da te l'esito della mano prima e della partita poi. Dipenderà dalle tue carte e dalla tua abilità a trarne il massimo da queste, l'esito di questo pilotato gioco chiamato vita.